Rassegna stampa internazionale /006

EarthEUROPA BALCANICA

Il parternariato orientale non può essere una scorciatoia alla pre–adesione, né può avvenire senza il coinvolgimento della Russia e della Turchia. Ripresa di dialogo con la Bielorussia su alcuni temi (es. adozioni internazionali) previo richiamo sul rispetto dei diritti umani e politici. Per Paesi balcanici il cammino verso l’integrazione è ineludibile: Croazia (l’opposizione slovena per i confini), Montenegro (legalità e lotta al crimine), Serbia (consegna dei criminali di guerra) i dossier aperti. La Bosnia deve impegnarsi al rispetto degli accordi di Daytona.

La Slovenia si oppone anche all’ingresso della Croazia nella Nato. La Macedonia è al giogo della Grecia che condiziona il processo di avvicinamento all’UE, quindi al momento l’unico Paese con margine di manovra è l’Albania, candidata ad entrare nell’Alleanza Atlantica: nel frattempo, richiede, tramite la Slovenia, la liberalizzazione dei visti essendo la presentazione di una richiesta di adesione all’UE ancora prematura (manca un pieno esercizio dei diritti politici).

La crisi economica occidentale si riverbererà in modo drammatico sui Balcani, dopo che Moody’s ha deciso di declassare il rating delle banche esposte ad Est. Croazia in zona recessione, ogni giorno 150 licenziamenti. La Serbia ha chiesto prestiti ad UE e Banca Mondiale per 635 mln di dollari.

[Fonte: RadioRadicale.it]

EUROPA ORIENTALE

IHT segnala come il possibile tracollo dell’Ucraina porterebbe a serissimi problemi con la Russia, tentata ancor più di ingerirsi negli affari interni. Al di là del crollo dell’export di ferro e prodotti chimici, esiste sicuramente una classe politica inadeguata contro la quale potrebbe sollevarsi la popolazione. Fino a che punto l’indebolimento dell’Europa orientale potrebbe mettere a repentaglio la stessa UE?

Intervista di DER SPIEGEL al Primo Ministro Polacco Tusk: occorre una strategia europea comune per affrontare la crisi. Tuttavia la proposta ungherese di un prestito europeo per 190 mld di euro è stata bocciata. E da qui si alimenta una profonda contraddizione : assorbire la crisi dei singoli stati in un unico debito comune europeo farebbe deprezzare l’euro,lasciare ai singoli stati nazionali le risposte alla crisi finisce con indebolire “politicamente” la stessa UE.

[Fonti: IHT | IHT | Der Spiegel]

GEOPOLITICA

Rischio geopolitico di scarsità delle risorse (cibo, acqua) – Diminuzione mondiale delle risorse di grano – Alcuni Paesi accelerano il deterioramento dell’equilibrio globale (Il Vietnam ha ridotto il flusso di riso all’estero) – I Paesi importatori es.la Libia ha affittato 250.000 ettari in Ucraina per i propri bisogni, la Cina sta affittando il 10% delle Filippine. Ci sono 70 milioni di nuove persone ogni anno da sfamare-

Altro fattore è la conversione di colture in biocarburanti – La disponibilità di acqua in Cina India e USA declina: il problema è più forte nei due primi Paesi. Le aree irrigate a livello mondiale sono in diminuzione. L‘agricoltura è condizionata dall’aumento della temperatura. Si devono invertire i trend attuali con misure tipo: taglio emissioni gas, stabilizzazione della popolazione a 8 mld, eradicazione della povertà e riforestazione.

[Fonte: RadioRadicale.it]

In termini geopolitici, non meno interessante è il concetto di “geo–engineering”
Si tratta di riprendere alcuni studi, già formulati negli anni ’60 nel contesto della Guerra Fredda per scopi militari, e convertirli per raffreddare il pianeta: come condizionare le precipitazioni, realizzare scudi solari, fertilizzare gli oceani.

Il problema però di contenere le emissioni atmosferiche permane. I rischi nel gestire tale approccio è di gran lungo inferiore a quello dell’attuale assoluta inerzia. Non meno importante sarebbe il coordinamento fra i vari Paesi in uno sforzo simile. Bisogna comunque nel frattempo cominciare a parlare di questi problemi, evitando che rimangano confinati e ristretti a poche persone; occorre infine il sostegno incondizionato dell’intera comunità scientifica. D’altro canto, se tali ricerche si dimostrassero valide, quali incentivi avrebbero i Governi a ridurre le emissioni in atmosfera?

[Fonte: ForeignAffairs.com]

Nell’articolo pubblicato da THE TIMES, Gordon Brown richiama la special relationship con gli USA per revisionare assieme l’intero ordine globale su tutti i temi all’ordine del giorno. Il piano non è molto diverso da quello di Obama, ma è forte la riaffermazione dell’identità di valori in cui GB e USA credono.

[Fonte: The Times]

ECONOMIA

Spiega Paul Krugman che prima della crisi degli anni ’90 i Paesi asiatici erano grandi importatori dall’estero di capitali, per ricostruire il loro sviluppo. Dopodiché, essi cominciarono ad re–investire parte di quei capitali negli stessi Paesi da dove li avevano presi, creando così un sovrappiù di disponibilità finanziarie. Secondo Stiglitz sono due le strade per uscire dalla crisi: o si procede in tempi rapidi ad una nazionalizzazione delle banche, prevedendo peraltro l’applicazione di un principio, mutuato dal diritto ambientale “chi ha inquinato, paghi”; oppure si salvino tutti gli assets migliori di cui le banche dispongano in un una nuova “Buona Banca”.

La crisi economica odierna ha imposto di riconsiderare i parametri per valutare la solvibilità dei Paesi: si guarda non più solo al bilancio statale ma anche all’esposizione di banche ed aziende interne. Viene criticato Obama per il fatto che il suo piano è legato più che a creare posti di lavoro a mantenere un reddito adeguato, a garantire un tenore di vita: cose però che richiedono interventi di base (opere pubbliche) per far ripartire l’economia.

Ci si domanda, almeno negli States, se una maggior presenza dello Stato nella vita dei singoli, sia pure motivato da esigenze redistributive e di solidarietà, possa condurre ad una società più eguale e più giusta. Secondo l’autore, saremmo entrati nell’era del Welfare Capitalism.

[Fonti: Time.com | Indipendent.co.uk | RealClearpolitics.com | SunTimes.com | WSJ.com | IHT.com | Economist.com | TheNation.com]

USA

Desta preoccupazione in America il piano Obama per uscire dalla crisi. Obama mantiene per la difesa un budget di 534 mld di dollari, elevatissimo. Il quadro internazionale renderà difficile ad Obama mantenere le proprie promesse, alzare la soglia di intervento pubblico e al contempo ridurre il deficit. Si dovrebbe riformare il codice fiscale, rivedere il meccanismo di detrazioni e deduzioni dando maggior vantaggio alle classi meno abbienti. Una delle riforme principali è quella sanitaria che, secondo alcuni, finirà col soppiantare qualsiasi forma privata, e qui sta il punto: se l’economia non cresce, come si potrà sostenere un piano da 634 miliardi di dollari? Il piano di Obama favorisce davvero gli strati più poveri o al contrario la middle class?

L’AfPak (Afghanistan e Pakistan) potrebbe diventare il nuovo Vietnam?
La priorità per gli USA è costruire una forza armata efficiente nel XXI secolo.
Si dovranno affrontare diversi teatri di guerra contemporaneamente. Occorre iniziare dal capitale umano – formazione continua per il personale di ogni ordine e grado – poi passare ad una riallocazione diversa delle risorse già indicate dalla precedente Amministrazione.

Le tasse sono divenute uno strumento di equità sociale.

Obama sta spostando l’asse politico del paese a sinistra, esattamente come Reagan riuscì a spostarlo verso destra. Il suo gradimento rimane alto perché è capace di interpretare quella domanda di responsabilità e di senso di appartenenza ad una comunità che, per gli americani, costituiscono l’antidoto necessario a uscire fuori dalla crisi.
Le parole chiave di questa Amministrazione sono cooperazione, integrazione usando la risorsa militare come extrema ratio. Questo sta portando scompiglio fra i vertici delle Forze Armate, specie nella consapevolezza del nuovo motto “The years of arrogance are over”. Ma questo non significa essere diventati pacifisti a tutto tondo (vendi l’invio di altri 17 mila soldati in Afghanistan), solo realisti.

In questo interessante articolo Paul Krugman critica l’Amministrazione Obama per il fatto che non osa prendere di petto la reale situazione di insolvenza di tante istituzioni finanziarie, verso le quali l’unica misura sensata è la loro nazionalizzazione sia pure temporanea.

[Fonti: NYTimes.com | NationalPost.com | Newsweek.com | AmericanProgress.org | AmericanProgress.org | RealClearPolitics.com | Spiegel.de | NYTimes.com | Economist.com]

VATICANO

Interessanti i numeri – sembra il bilancio di una multinazionale – forniti dal Vaticano sulla presenza della Chiesa Cattolica nel mondo. Nel 2007, si contano poco meno di 1.147 milioni di cattolici, a fronte dei 1.131 milioni circa nel 2006. Il numero dei vescovi nel mondo è passato, dal 2006 al 2007, da 4.898 a 4.946, con un aumento dell’1%. Il continente con maggiore incremento è quello dell’Oceania (+4,7%), seguito da Africa (+3,0%) e da Asia (+1,7%), mentre al di sotto della media complessiva risulta l’Europa (+0,8%). I sacerdoti, infatti, sono aumentati nel corso degli ultimi otto anni, passando da 405.178 nel 2000 a 407.262 nel 2006 e a 408.024 nel 2007.

Il contributo delle varie aree geografiche al dato complessivo appare diversificato. Se Africa e Asia mostrano nel periodo 2000-2007 una dinamica assai sostenuta (+27,6% e 21,2%) e l’America si mantiene pressoché stazionaria, Europa e Oceania registrano, invece, nello stesso periodo, tassi di crescita negativi, del 6,8% e del 5,5%.

A livello globale, il numero dei candidati al sacerdozio è aumentato, passando da 115.480 nel 2006 a 115.919 nel 2007, con un incremento dello 0,4%, e un’evoluzione differente nei vari continenti. Mentre, infatti, Africa e Asia hanno mostrato una sensibile crescita, nello stesso periodo l’Europa e l’America hanno registrato una contrazione, rispettivamente, del 2,1 e dell’1 per cento.

[Fonte: Vatican.va]

JT riprende ancora le tesi di Hans Kung domandandosi come possa conciliarsi una dimensione universale nella missione evangelizzatrice della Chiesa, col fatto concreto di rinchiudersi, da parte del Papa, nel fortino della Curia Romana fra libri e dogmi avulsi dalle reali necessità della gente.

[Fonte: JapanTimes.com]

MEDIO ORIENTE

Supportare Fatah, ignorare Hamas e sperare che le fazioni palestinesi capiscano l’esistenza di un solo approccio possibile: due popoli, due stati. Questa politica, secondo FP, è risultata fallimentare.
Bisogna imporre un rigido “cessate il fuoco” per riprendere le trattative per arrivare ad un armistizio, in cui si riconosca lo status quo: Hamas deve accettare la presenza di truppe internazionali e Israele procedere allo smantellamento degli insediamenti.
FP parla di un accordo, siglato a Il Cairo, fra Fatah e Hamas per una possibile riconciliazione

E’ stata condotta un’inchiesta in diversi Paesi Mediorientali sul sentimento dei popoli islamici.
I risultati : il 70% disapprova attacchi terroristici contro civili; al contempo una larghissima maggioranza condivide l’obiettivo di Al Qaeda di cacciare le basi americane dai territori islamici.
Oltre il 60% ritiene che gli USA abbiano l’obiettivo di dividere i paesi islamici: notevole anche la risposta secondo cui gli islamici devono avere il diritto di organizzarsi in partiti e presentarsi in libere elezioni.

Ci si sta muovendo verso un accordo fra Israele e Siria, in base al quale alla seconda ritornerebbe il Golan mentre il primo avrebbe un pieno riconoscimento diplomatico con una pace formale: gli USA dovrebbero spingere più attivamente in questa direzione, staccando la Siria dall’orbita di Teheran.

L’Afghanistan è un paese in enormi difficoltà, specie per il controllo del proprio territorio; se l’alternativa a Garzai fosse il caos, il minore dei mali sarebbe quello di accettare un suo unilaterale prolungamento dei poteri: ma a proposito di Afghanistan, la vera novità della settimana è costituita dall’apertura degli USA ad un dialogo con l’Iran, già a partire dalla prossima conferenza su quel paese, che si terrà probabilmente alla fine di marzo in Olanda .

[Fonti: WashingtonPost.com | WashingtonPost.com | WorldPublicOpinion.org | Newsweek.com | Economist.com | IHT.com | ForeignPolicy.com]

CINA

La Cina si fa forte dei suoi 2 mila miliardi di dollari di riserve per comprare materie prime da Brasile e Russia ed espandere i suoi investimenti dall’Australia all’Europa. L’incubo di Pechino è dover intervenire nella crisi globale, aumentando il valore della propria moneta per dar forza a dollaro ed euro: da qui una preventiva e poderosa campagna di approvvigionamenti materiali e finanziari.

The Economist contesta la scarsa trasparenza con cui il Governo cinese ha fornito indicazioni sul reale stato dell’economia. Sono state ammesse, per la prima volta, serie difficoltà nonostante l’incremento dell’economia segni un +8% e con particolare preoccupazione sono seguiti i flussi di disoccupati che potrebbero esplodere in tensioni anti regime. Sicuramente le spese militari si sono attestate ad un +15% del PIL rispetto all’anno precedente, mentre meno chiaro quanto sia stato destinato alla spesa sociale e sanitaria.

[Fonti: Time.com | Economist.com]

ITALIA

IHT racconta della difficoltà degli islamici ad integrarsi in Italia: qui la cittadinanza non è fattore integrativo come in Francia, né esiste una sensibilità multiculturale quale in GB di derivazione imperiale. Eppure si sottolinea come l’integrazione della seconda generazione di newcomers sia decisivo per l’Italia.

[Fonte: IHT.com]

A tal fine , rimando al bellissimo numero di LIMES dal titolo “Esiste l’Italia?” focalizzato su alcuni temi chiave: crollo di un contesto internazionale bipolare e della nostra rendita di Paese di frontiera; l’adesione a Maastricht in termini di “ultima spiaggia” e quindi in modo acritico (il Trattato si basava sulla pregiudiziale che le economie potessero divenire solide quanto più i bilanci pubblici si tenessero sotto controllo: l’assioma è oggi miseramente crollato); la sfiducia dei cittadini nelle istituzioni e l’assenza di riferimenti esterni (se non in termini di un cosmopolitismo astratto) e interni (assenza di una classe dirigente); il problema demografico e la necessità di gestire flussi migratori e l’integrazione in maniera intelligente; la produzione e la gestione dei flussi energetici; le contraddizioni attuali dell’Europa, in termini economici: la costituzione di un complessivo debito comune è osteggiata, perché farebbe carico a Germania e Olanda di un peso insostenibile; d’altro canto il perseguimento di strategie nazionali porta ad indebolire l’Unione stessa.

[Fonte: LimesOnline.it]

LE MONDE ci copre giustamente di ridicolo evidenziando come le ronde, destinate a supplire la polizia, abbiano poi bisogno delle regolari Forze dell’Ordine per svolgere il loro lavoro

[Fonte: Le Monde]

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3 pensieri su “Rassegna stampa internazionale /006

  1. Giorgio Zanetti

    Hai ragione Alberto, è già un discreto lavoretto per me inserire il testo, sistemare la formattazione e i link, figuriamoci per il buon Edmond che si legge tutti questi e altri articoli scritti in varie lingue, seleziona i più interessanti, e poi ce ne presenta una sintesi.

    Forse non toccherebbe a me fare i complementi, visto che l’articolo è pubblicato sul mio blog, ma trovo che sia un lavoro credo unico non solo nel panorama dei blog italiani, ma anche sulla stampa mainstream: gran parte degli articoli citati non vengono quasi mai segnalati nemmeno dai quotidiani e dalle riviste nazionali.

    In un periodo in cui la stampa italiana ha raggiunto i minimi storici in quanto a credibilità e indipendenza, avere una sintesi e i relativi riferimenti (che poi grazie ai link ognuno di noi può approfondire) su quello che succede nel mondo e su come all’estero commentano i fatti nostrani, trovo sia molto interessante.

    Ciao, buon week-end!

    Rispondi
  2. Edmondo Dantes

    Ringrazio per i complimenti. E’ un lavoro faticoso ma sicuramente interessante, ma il fatto che almeno un lettore – a parte Giorgio, ovviamente – lo apprezzi , dà lo stimolo per proseguire
    Grazie ancora
    ED

    Rispondi

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