Rassegna stampa internazionale /013

EarthECONOMIA

Ci sono timidi segnali di ripresa nell’economia mondiale: in Cina si avverte una prima spinta, la fiducia fra i consumatori sembra poco alla volta risalire, così come timidi segnali si notano nel mercato immobiliare in Gran Bretagna e USA. Sembrano già lontani allora i tempi bui di settembre quando addirittura il sistema capitalistico sembrava al collasso?

Occorre stare attenti, ci sono due trappole in questa visione ottimistica. La prima è che non si deve confondere ripresa con rallentamento del crollo a cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi; la seconda è che questi segnali sono troppo tenui per pensare, in termini di politica economica, di abbassare la guardia. Inoltre ancora non è chiaro a quanto ammontino i toxic assets che le banche hanno in carico e questo incide notevolmente nell’elargire credito alle imprese.

Le economie dei Paesi emergenti (nell’Est Europa in primis), abituate ad un flusso di capitali mediamente pari al 5% del loro PIL, hanno visto prosciugarsi queste entrate perché i paesi investitori hanno trattenuto il denaro nei propri confini. Rispetto però alla crisi del 1929, le banche centrali si sono coordinate meglio, hanno immesso nel mercato migliaia di miliardi di dollari ed altrettanti ne hanno stanziati per far ripartire l’economia: anche qui, però, non è tempo di facili trionfalismi, si è solo arginato un crollo altrimenti devastante per la stessa sopravvivenza del sistema capitalistico.

Dobbiamo invece con assoluta certezza aspettarci anni di forte disoccupazione e di invasivo intervento pubblico nell’economia, dovendo i governi fronteggiare da una parte il rischio di una ripresa dell’inflazione, e dall’altra quello dei crolli di prezzi della produzione. Da questi pericoli, non si esce aggrappandosi alle speranze diffuse da qualche buona notizia sparsa qua e là, ma con severità e coordinamento.

Occorre portare a termine la pulizia intrapresa nel sistema bancario; i paesi che hanno un surplus come la Cina devono spendere di più; in altri contesti le riforme lasciate a metà (es, pensioni) vanno realizzate: in generale, la spesa pubblica va riqualificata togliendosi l’illusione che tutto possa riprendere come prima.

Anche il futuro delle banche centrali sarà diverso. In passato esse erano riuscite a tenere sotto controllo l’inflazione e a orientare il ciclo economico. : l’obiettivo era la stabilità dei prezzi ed il riferimento il tasso di interesse a breve. La crisi oggi ha azzerato tutti questi parametri, e la deflazione si sta dimostrando un nemico peggiore dell’inflazione. Le banche centrali stanno assumendo quella funzione politica che per anni hanno evitato rifugiandosi dietro un’asettica neutralità.

Questo passaggio non è scevro da pericoli, in primo luogo anche di carattere culturale oltreché tecnico: ancora oggi rimarrebbe difficile prevenire bolle speculative e situazioni quali quelle dei toxic assets in portafoglio alle banche. Sicuramente è all’orizzonte un conflitto con l’Autorità politica nelle decisioni concernenti quali soggetti mantenere in piedi e quali no: un passaggio di questo genere chiamerà inevitabilmente la confraternita degli gnomi a dover esporsi al pubblico, ai cittadini e agli elettori rendendo conto del proprio operato.

[Fonti: 01 | 02]

CINA

Nella giornata del 23 aprile u.s presso il porto di Qingdao, la Cina ha esibito tutta la sua potenza navale costruita in questi ultimi dieci anni, mostrando armamenti modernissimi.

Ufficialmente Pechino parla di armonia, di oceano pacificato, ma a nessuno sfugge che una simile impostazione sia diretta, nel lungo termine, a scalzare la presenza americana dall’area, magari poi anche per regolare alcune dispute confinali con Giappone e Vietnam.

Proseguono le trattative fra Cina e Taiwan per il rafforzamento della cooperazione economica.

Come è noto, Pechino considera Taiwan come parte integrante del proprio territorio e spesso ha minacciato azioni militari dirette contro l’isola. Si stanno dunque normalizzando le relazioni, facilitando scambi di beni e servizi, incrementando il numero di volo fra Pechino e l’isola e lasciando alcune facilitazioni fiscali per i contadini di Taiwan.

La Cina si sta attrezzando nella guerra commerciale contro le compagnie occidentali, a difesa dei propri marchi e brevetti: ciò non solo all’interno dei propri confini, ma anche all’estero attraverso acquisizioni mirate. Anche il contenuto dei brevetti si sta elevando sempre più in termini qualitativi.

Da ultimo, in Vietnam, un paese non certamente aperto alle critiche e alla democrazia, si è acceso un aspro dibattito dopo che il Governo ha consentito ad un’impresa cinese lo sfruttamento di un giacimento di bauxite di cui il Vietnam è il terzo detentore mondiale.

Le critiche si sono concentrate sui danni ambientali e alla salute della popolazione che tali lavori comporterebbero in un’area destinata alla coltivazione del riso. Inoltre tale progetto ha fatto risorgere quel plurisecolare risentimento verso i cinesi che un tempo sottomisero il Paese e contro i quali i vietnamiti combatterono ancora nel 1979. Sarà tuttavia difficile rinunciare ai 15 miliardi di dollari messi sul piatto dalla cinese Chinalco garantendo un flusso continuo di soldi fino al 2025.

[Fonti: 01 | 02 | 03]

ASIA

Nello Sri Lanka lotta ultra ventennale che vede opposti i guerriglieri del Tamil contro l’esercito regolare, sta assumendo una violenza sempre più inaudita. Il comandante delle Tigri Tamil, dopo aver attuato le tecniche più odiose di sfruttamento della popolazione civile (in parte tenuta come scudo umano) si sta preparando al confronto finale con l’esercito, il quale, a propria volta, sembra non tenere in alcun conto della necessità di salvare vite umane e di non scendere allo stesso livello dei terroristi.

Infatti, al di là delle promesse di riconoscimento delle esigenze della popolazione Tamil, ben poco è stato fatto dal Governo per concedere una sufficiente autonomia ed un vero autogoverno. Il problema è che oggi si sta profilando un problema umanitario per 100.000 rifugiati che scappano dal Nord est dello Sri Lanka attanagliati dalla guerra e dalla fame che sta indebolendo questa popolazione.

Ciò da una parte ha alienato il sostegno delle democrazie occidentali, spingendo il Governo a ricercare nuovi “alleati” fra cui Pakistan e Iran. La pacificazione di questo Paese è un tema che deve essere ripreso dalle nostre diplomazie poiché l’area è troppo delicata per far esplodere un’altra tragedia come nel Darfur. Al momento di chiudere questa rassegna, le Tigri Tamil hanno proposto un’unilaterale cessazione delle ostilità

Un ultimo cenno alla Corea del Nord. Di fronte alla totale indisponibilità del regime di PyongYang a consentire visite agli ispettori ONU nei siti nucleari; malgrado il fallimento di tre lanci di missili intercontinentali; attualmente il Paese rappresenta una minaccia per il materiale bellico e nucleare che potrebbe essere venduto al mercato nero a gruppi terroristici. La soluzione di questo enigma passa dal coinvolgimento cinese assieme a USA, Russia, Giappone, Corea del Sud, per arrivare a pilotare la caduta di questo regime e gestire, con ampio margine di prevenzione, la possibile catastrofe umanitaria conseguente.

[Fonti: 01 | 02]

MEDIO ORIENTE

Si riprendono ancora alcune delle considerazioni già in parte sviluppate in precedenti rassegne stampa, a proposito del rapporto fra USA e Israele, nonché di Israele con la Palestina. Le due parti sono costrette ad arrivare ad un’intesa, ma come? Israele non può porre pregiudiziali religiose al riconoscimento del carattere giudaico del proprio stato, da parte della Palestina. Quest’ultima non può apertamente confessare ai suoi che ogni possibile ritorno ai territori di origine è impossibile. Su tutto aleggia l’incognita iraniana, rispetto alla quale Israele pretende dagli USA fatti chiari e netti.

[Fonte: 01]

AFRICA

I risultati in Sudafrica sono stati favorevoli all’ANC del candidato Zuma che diventa nuovo presidente. Tuttavia alto è stato l’astensionismo, e buona l’affermazione dell’ala scissionista dell’ANC. Ora iniziano i problemi, di un Paese con 50 milioni di abitanti il cui 40% vive al di sotto della linea di povertà, una disoccupazione a due cifre ed una recessione economica mai così profonda da diciassette anni a questa parte. Altra preoccupazione sarà quella di vedere se Zuma non sarà tentato dalla strada autoritaria.

[Fonte: 01]

USA

Prosegue il dibattito negli Usa su come conciliare sicurezza nazionale e rispetto dei diritti umani, dopo la pubblicazione dei memorandum CIA in cui alte personalità dell’Amministrazione Bush rimangono coinvolte per aver autorizzato tecniche di interrogatorio consistenti in vera e propria tortura. E’ citato il caso di un prigioniero sottoposto a waterboarding 183 volte in un solo mese…! Finora Obama ha mantenuto le sue promesse di chiudere Guantanamo e le carceri segrete della CIA, ma la popolazione si domanda quale modello di sicurezza abbia davvero in mente: su questo punto la sua posizione appare defilata.

Sul punto è molto chiaro l’articolo di The Nation che pretende dal Congresso un segnale forte, ponendo in stato di accusa Cheney, Bush e tutti coloro che avallarono la tortura quale mezzo per avere informazioni: secondo il settimanale, non si devono ripetere gli errori del Watergate e dell’Iran Contras Gate allorché il Congresso volle coprire la Casa Bianca.

Al momento in cui scrivo, si sta diffondendo l’influenza suina negli Usa dal Messico: le notizie sono frammentarie e mi riservo un ulteriore approfondimento nella prossima rassegna.

[Fonti: 01 | 02]

RUSSIA

L’IHT ci segnala un esempio di come debbano intendersi libere le elezioni in Russia.

A Sochi, località che ospiterà i giochi invernali nel 2014 e che già da oggi è oggetto di oggetto di investimenti miliardari dal Cremino, per le elezioni comunali ha vinto l’uomo imposto da Putin, Pakhomov, a scapito addirittura di quello sponsorizzato dall’ultranazionalista Zhirinovsky.

Censure, spazi televisivi spropositati per Pakhomov, intimidazioni nei confronti degli altri cinque candidati: non si può dire che la Russia marci nella direzione auspicata da Medvedev.

[Fonte: 01]

EUROPA ORIENTALE

Un Paese al collasso economico, sommerso dal caos politico e sociale e destinato a cadere a pezzi: questa l’immagine da incubo dell’Ucraina che si sta proiettando sull’Occidente. E’ stato il primo paese a chiedere l’intervento del FMI dato che la sua moneta è in caduta libera e la sua economia crolla ad una media del 9% annuo.

La situazione è talmente tesa e la sfiducia così diffusa che nessuno se la sente di ritornare nelle piazze. Per ora, grazie alle rimesse ed ai risparmi, si fronteggia la crisi aumentando i giorni di ferie e riducendo le paghe orarie; oppure ci si volge con maggior attenzione all’agricoltura che sembra ancora trainante. Nel breve termine, il FMI ha suggerito una diversa modulazione della pressione fiscale, ma, a lungo termine, sarà necessario eliminare ogni minima traccia della mentalità ereditata dal sistema comunista: ad es. occorrono 47 permessi per aprire un negozio.

Il problema però è anche di natura istituzionale e politica. Il presidente con l’attuale costituzione esercita forti poteri di interdizione sul Primo Ministro (cosa che Yuschenko ha fatto, impedendo alcune privatizzazioni) ed entrambe le figure risultano paralizzarsi a vicenda anziché cooperare per realizzare le riforme strutturali necessarie.

In questa foresta di pietra sembra emergere un outsider Arseny Yatseniuk, 34 anni, spinto da oligarchi e uomini di affari, il quale ha visto arrivare il proprio consenso in percentuale a due cifre.

Un Paese a metà strada fra la Corea del Sud e il Messico, ma diverso completamente dai suoi vicini: questa è l’immagine che di sé vuol dare la Polonia che presenta una situazione economica nettamente migliore rispetto agli altri paesi dell’area orientale. Nonostante gli economisti indichino come data di completa conversione all’euro il 2015, data l’alta disoccupazione – 11,2% – e la crescita modesta dell’economia – + 1,7% – il Governo è forte e stabile e aziende tedesche hanno già ripreso a considerare la delocalizzazione in Polonia come seria alternativa.

[Fonti: 01 | 02]

EUROPA BALCANICA

Si considera ancora la battaglia giudiziaria intrapresa dalla Serbia dinnanzi alla Corte Internazionale di Giustizia, presso le Nazioni Unite, per ottenere una pronuncia circa la legittimità della secessione del Kossovo dalla Serbia e l’indipendenza stessa del Paese. Belgrado ritiene essersi consumato un attentato all’integrità territoriale del proprio paese, dal momento che non ricorrerebbero i parametri internazionali legittimanti l’autodeterminazione in vista della successiva indipendenza.

Il riconoscimento stesso del Kossovo è contrastato a livello internazionale: da alcuni – come la Spagna – è negato per paura di riflessi possibili in casa propria. Belgrado comunque considera una vittoria il fatto che la Corte abbia ritenuto ammissibile la sua richiesta di pronuncia che, è bene ricordarlo, non è vincolante come una sentenza essendo un parere ma i cui effetti sarebbero indiscutibili.

Il 19 aprile si sono svolte a Cipro le elezioni politiche che hanno visto prevalere il Partito di Unità Nazionale che ha strappato 26 dei 50 seggi in Parlamento. Il leader Dervish Eroglu è contrario ad ogni riappacificazione con la Turchia e questo si rifletterà anche nei tempi per l’ingresso di Ankara nell’UE. Nonostante in passato sembrasse avviato un percorso di progressiva riunificazione dell’isola con una graduale apertura di porti nella parte nord dell’isola, questo voto ritorna il potere decisionale alle rispettive fazioni di falchi presenti in entrambi i paesi.

[Fonti: 01 | 02]

EUROPA OCCIDENTALE

Riflettori puntati sulla Gran Bretagna. Dopo il vertice del G20, la stella di Gordon Brown sembra offuscarsi: la pubblica opinione sembra stufa di lui, non solo per la sua immagine ed il suo carattere ma anche, e soprattutto, per non essere riuscito ad adottare misure efficaci per contrastare la crisi.

I numeri presentati dal Ministro del Tesoro sono spaventosi: crollo della produzione industriale (-4,1%), deficit al 12,4% del PIL, e disoccupazione al 6,7%. Il crollo è stato più contenuto che in altri paesi perché i beni di largo consumo (elettrodomestici, vetture) pesano per il 13% del PIL contro una media del 20% degli altri paesi UE. Il tasso ufficiale di sconto è precipitato dal 5% di metà ottobre 2008 all’attuale 0,5%. Il debito pubblico salirà dall’attuale livello del 40% sul PIL all’80% sul PIL. I piani prevedono di elevare il prelievo fiscale fino al 50% per i redditi oltre le 150 mila sterline annue, mentre, dal fronte conservatore, il prelievo dovrebbe ricadere sull’intera popolazione. Tutti però temono che il Governo pensi a lasciar emergere l’inflazione per diminuire il peso del proprio debito.

Al momento in cui scrivo, si sono appena concluse le elezioni in Islanda con la vittoria della coalizione di centro sinistra, capeggiata dai socialdemocratici, che guadagna 34 seggi sui 63 disponibili al Parlamento. Viene quindi sanzionato il Partito Conservatore ritenuto responsabile di aver portato al collasso il Paese, in modo particolare il sistema bancario. Ora l’Islanda, guidata da Johanna Sigudardottir dovrà realizzare quanto promesso in campagna elettorale, in primis l’adesione all’UE e alla moneta unica tema peraltro quest’ultimo non propriamente accettato dalla componente verde della coalizione.

[Fonti: 01 | 02]

ITALIA

The Economist si sofferma sulle trattative in corso fra Fiat e Chrysler e ne traccia un quadro puntualmente sobrio e preciso. Dopo aver ricordato che la rinascita della Fiat, da impresa produttrice di auto poco affidabili a car company ora in grado di agire su scala globale, è merito di Sergio Marchionne che l’ha profondamente ristrutturata; ci si sofferma sull’interesse di Fiat a stringere i tempi per un accordo. La casa torinese passerebbe da una produzione di 2,2 mln di vetture annue a 4 mln in grado di avvicinarla sensibilmente al margine di 5,5 mln con cui si diventa global player.

Fiat apporterebbe le proprie capacità produttive e tecnologiche per realizzare vetture di piccola cilindrata a basso impatto ambientale, mentre il Governo USA, oltre ai 4 mld già erogati, ne apporterebbe altri 6 mld. a condizione che l’accordo si perfezioni. Fiat non potrebbe superare la soglia del 49% del capitale azionario fintantoché il prestito governativo non venisse rimborsato: l’alternativa è la bancarotta. Sono da ritenersi semplicemente chiacchiere le indiscrezioni di un interessamento di Fiat su Opel, accordo osteggiato dal Governo tedesco che ha già dato garanzie per la casa tedesca nell’ordine dei 3 mld di euro.

[Fonte: 01]


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