Rassegna stampa internazionale /023

EarthECONOMIA

Gli investitori sono apertamente preoccupati che i giorni bui non siano alle spalle, ma ancora da venire. Potrebbe profilarsi un’altra bolla speculativa all’orizzonte, e gli esiti del terzo trimestre saranno decisivi per capire le prospettive.

I prezzi dei generi alimentari sono saliti, a livello mondiale, enormemente fra 2007 e 2008 e centinaia di milioni di persone si sono trovate nella povertà e nell’indigenza assolute.

Successivamente, col prezzo del petrolio più conveniente dell’etanolo, v’è stato un surplus di produzione che ha consentito un raffreddamento dei prezzi. Ora un rimbalzo dei medesimi oscillante fra il 30 ed il 50%. Da cosa è dovuto quest’ultimo fatto? Esistono fattori ciclici e congiunturali: ad es. se il prezzo del petrolio riprende a salire, l’etanolo ritorna conveniente, l’offerta di grano si riduce ed i prezzi salgono. Ci sono però altri fattori di lungo periodo: la crescita della popolazione a livello mondiale, l’urbanizzazione, uno squilibrio di consumi fra paesi ricchi e poveri.

Circa il fattore demografico, la FAO riconosce che la popolazione terrestre arriverà entro il 2050 a 9 miliardi di abitanti. L’unica soluzione ragionevole è quella di incrementare il reddito alimentare nei continenti africani ed asiatici, portando la resa di cereali da 1 tonnellata a 4 tonnellate per ettaro, in linea con gli standard europei: in caso contrario, potrebbero aprirsi conflitti violentissimi.

[Fonti: 01 | 02]

CINA

La Cina ha offerto un prestito di 950 milioni di dollari allo Zimbabwe, il doppio che il Paese avrebbe raccolto dopo una serie di promesse presso le cancellerie occidentali.

All’interno tale prestito sarà presto oggetto di dispute fra il Presidente Mugabe e il Primo Ministro Tsavingrai, ma da parte cinese poco si sa quanto di questi prestiti provenga dal Governo e quanto da privati; né quali garanzie la Cina pretenda (le miniere di diamanti?).

[Fonte: 01]

ASIA

Il Giappone sarà chiamato alle urne a metà settembre, probabilmente per vedere un passaggio delle consegne dal Partito Liberaldemocratico al Partito Democratico d’opposizione.

Il Paese vedrà il proprio PIL contrarsi nell’ordine del 6% su base annua, ed un’economia che si sta riprendendo con tempi molto lenti. Per la verità, la scelta per gli elettori è piuttosto difficile. Entrambi i partiti sono colpiti dagli scandali, ed in particolare il Primo Ministro Aso, ha un indice di gradimento al di sotto del 20%.

Altro Paese destinato a sottoporsi al giudizio degli elettori è l’Indonesia, la democrazia a base musulmana più grande al mondo.

Il programma dell’attuale Presidente Yudhoyono è stato ben poco attuato, e così investimenti infrastrutturali e riforme latitano disperatamente: la povertà affligge il 14,2% della popolazione, mentre la disoccupazione è all’8,2%. Eppure ciò nonostante il Presidente appare, secondo i sondaggi, destinato ad essere riconfermato da una larghissima maggioranza tale da rendere inutile il ballottaggio: un po’ per la debolezza intrinseca degli stessi avversari, un po’ perché si sono rivelati più coinvolti di lui in affari non molto limpidi e un po’ perché l’economia del paese è forse messa meglio, con una crescita del 4%, rispetto agli altri limitrofi.

[Fonti: 01 | 02]

MEDIO ORIENTE

Ahmadinejad sta perdendo consenso all’interno della middle class iraniana. Il governo ha ripreso il controllo della situazione, dopo una serie di arresti, violenze, intimidazioni e morti nelle strade.

Eppure, nonostante il Consiglio dei Guardiani abbia riaffermato la vittoria di Ahmadinejad ed i suoi oppositori continuino a parlare di frode, i leader progressisti più influenti (Rafsanjani per primo) hanno prestato giuramento di fedeltà alle istituzioni così da rendersi più credibili a negoziare un compromesso con gli uomini di Khamenei.

E’ vero che il controllo sui media si è fatto più aspro, ma, nonostante le accuse di interferenza in affari interni formulate dal Governo verso la Gran Bretagna e le minacce di procedere ad esecuzione capitale contro chi si renderà responsabile di atti di sedizione e contestazione nelle strade, il prestigio del governo iraniano è fortemente compromesso agli occhi del mondo grazie al potere vero e reale di Internet.

Alcuni teorizzano che il risultato elettorale così manipolato fosse il tentato colpo di stato dell’ala dura e rivoluzionaria anziché di riformisti guidati dall’estero.

[Fonte: 01]

AFRICA

Il Sudan è un paese tristemente famoso per le atrocità dei janjaweed su donne e bambini inermi.

Pochi però sanno che lo stesso ha tassi di mortalità dovuti all’HIV tre volte superiori a quelli degli altri paesi: ad esempio, in Egitto il tasso è dello 0,6% mentre in Sudan raggiunge il 3% (ufficialmente, ma molti giurano che è di gran lunga superiore).

Fatto è che sui 31.000 morti di AIDS nella regione, l’80% proviene dal Sudan. Il Governo, con l’aiuto dell’ONU, è impegnato in una campagna di diffusione dei preservativi, ma l’ignoranza e l’arretratezza culturale della popolazione rimane di gran lunga il peggior ostacolo al miglioramento della situazione.

Ci occupiamo di Somalia. La regione del fiume Juba è una terra difficile: le donne sono regolarmente divorate dai coccodrilli mentre si immergono nelle melmose acque del fiume, mentre la milizia Shabab esegue brutalmente la sua giustizia con decapitazioni.

Lo Shabab controlla ormai la parte centrale e meridionale del paese ed i suoi legami con al Qaeda si stanno rafforzando, sia pure mantenendo il movimento una propria identità (ad es. i convogli umanitari carichi di cibo non vengono toccati, né si compiono attentati contro la popolazione civile). Non di meno esistono altre forze, sempre musulmane, impegnate in guerra contro Shabab e che dichiarano di voler liberare il paese dalla sua presenza. Situazione caotica, lasciata colpevolmente degenerare anche dagli stessi americani.

[Fonti: 01 | 02]

AMERICA MERIDIONALE

Per 70 anni in Messico il Partito Rivoluzionario Istituzionale ha dominato la scena, fino al 2000.

Oggi, con le elezioni a luglio di medio termine cerca di riposizionarsi davanti agli elettori, come forza onesta ed affidabile nonostante i conclamati casi di corruzione. Il partito dovrebbe raddoppiare la propria presenza in parlamento, rendendosi così indispensabile alla sopravvivenza del governo di Calderon. Quest’ultimo, per deviare l’attenzione dalla contrazione del PIL a –5,9%, ha impostato la sua campagna elettorale nella lotta contro i narcotrafficanti sullo slogan “La droga non raggiungerà i vostri figli”.

In questa contesa, la sinistra è totalmente ininfluente: occorrerà vedere come il PRI ed il PDR (Partito Democratico Rivoluzionario) riusciranno a coesistere nell’interesse di un paese che necessità di profonde riforme strutturali.

Farsesco quanto capitato in Honduras. E’ lo stesso popolo, senza informazione distorta, che ha applaudito l’esercito dopo l’arresto e la cacciata del presidente Zelaya, rimpiazzato da Micheletti.

Il Presidente, seguendo l’esempio di Chavez in Venezuela voleva convocare un’assemblea costituente che gli prolungasse i poteri oltre i termini fissati dalla Costituzione. L’Honduras è un paese povero, dove comunque, fino ad oggi, la democrazia ha retto in mezzo alla corruzione ed alle lotte fra bande criminali.

Nel frattempo, i governi degli altri paesi latino americani hanno ritirato gli ambasciatori e rifiutato il riconoscimento di Micheletti. Il Venezuela ha minacciato un intervento armato. L’export può risultare seriamente compromesso, per ritorsione economica di altri paesi, USA in testa ma il problema è come rimettere al potere un uomo così detestato dal suo stesso popolo?

[Fonti: 01 | 02]

USA

Una panoramica d’insieme sugli USA dal 1996 ad oggi ci mostra un Paese ripiegato su sé stesso, che ha perso la sua supremazia morale prima ancora che economica; che oggi si dibatte con un debito pubblico destinato ad aumentare vertiginosamente senza che alcuno sappia dare certezze, specie alle giovani generazioni.

Tuttavia, pur di fronte alle sfide che potranno essere portate dall’Asia e, forse, dall’UE, gli Usa non sono irrimediabilmente finiti. Le sue proiezioni demografiche sono positive, i suoi tassi di povertà e analfabetismo non sono quelli dell’India e la sua libertà di espressione non è quella della Cina. Soprattutto ha la capacità di rimediare ai suoi errori: si pensi a come, rispetto al contesto razzista di quarant’anni fa, le persone di colore siano arrivate ai massimi vertici istituzionali (Powell prima e Obama poi); così come lo spirito e l’intraprendenza economica del popolo americano abbiano più volte superato pesanti crisi uscendone più forti di prima.

Indubbiamente questa analisi, pur avendo una forte valenza sul piano generale, non può però nasconder quelli che sono i problemi concreti ed attuali del paese al suo interno. Il dato più spaventoso è la crescita del debito pubblico: a questi ritmi dal 41% del 2008 si passerà all’87% del 2020 per tacere delle proiezioni al 2050.

Salvare l’ambiente sul pianeta e riformare il sistema sanitario previdenziale con una copertura universale ha costi esorbitanti e, soprattutto politicamente prezzi altissimi: dire apertamente che il prezzo dell’energia potrebbe salire e che molti dei servizi di assistenza richiesti e voluti dalla gente devono essere tagliati per darne altri.

Abbiamo raccontato nel numero precedente, con quali alchimie e compromessi, sia passato al senato il disegno di legge in materia di ambiente: la retorica presidenziale vuole che il passaggio verso un’economia verde genererà moltissimi posti di lavoro, ma se ne guarda bene dallo spiegare quanti ne potrà prima distruggere e, soprattutto, quale sarà l’impatto in termini di costo per famiglia per sostenere l’attuazione del progetto stesso al 2020.

A questo riguardo, occorre dire che i singoli stati federali sono in grossa difficoltà avendo l’obbligo costituzionale di presentare il pareggio di bilancio, e molti non ce l’hanno fatta come Pennsylvannia, Arizona e Illinois. Altri hanno operato pesanti tagli di spesa e introdotto tasse ovunque e su qualunque genere (dai pesticidi in Minnesota alle licenze di caccia nel Maine).

Gli Stati dunque hanno dovuto ricorrere ai finanziamenti federali per 135 mld di dollari e cercare, ognuno a proprio modo, o di dar fondo alle riserve o di aumentare tasse ed imposte o tagliare le spese drammaticamente o tutti e tre i rimedi.

Un’ultima annotazione sulla società americana. Quest’anno la festa del 4 luglio avrà un significato particolare negli USA: dopo otto anni con Bush, l’America riscopre una diversa libertà religiosa anche a favore dei cittadini atei, agnostici o di orientamento non riconducibile a fedi organizzate: ciò che interessa ben 50 milioni di americani.

Questa è la prova della vitalità della società americana capace di organizzarsi dal basso e far valere le proprie istanze, e di diventare lobby affinché, come in questo caso, idee non allineate alla destra evangelica, possano trovare espressione ed essere ascoltate da tutti.

[Fonti: 01 | 02 | 03]

RUSSIA

Questa settimana ampio spazio è dedicato alle relazioni fra Usa e Russia.

Il summit a breve fra Obama e Putin/Medvedev è enfatizzato enormemente dai media russi per questioni di status, quasi a ricordare i tempi in cui tali negoziati decretavano le sorti del mondo. In realtà, dietro i convenevoli di rito, si cela la rabbia russa per essere stata imbrogliata dal mancato rispetto delle promesse americane di tenersi fuori dallo spazio ex sovietico, specie nell’Europa orientale.

Sfruttando la situazione internazionale, Mosca ha deciso di ospitare il summit dei paesi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), di iniziare manovre militari nel Caucaso e di annunciare una completa rivisitazione degli intenti di aderire al WTO. Lo scopo è dimostrare agli USA che essi hanno bisogno dell’appoggio russo per ottenere pace e stabilità.

L’oggetto del summit è la revisione degli accordi START I del 1991 per la riduzione di armamenti strategici che, secondo i russi, dovrebbero includere anche lo scudo spaziale installato nell’Est Europa data la stretta connessione fra arma offensiva e difensiva. La Russia vuole il riconoscimento americano di una supremazia nell’ex blocco sovietico nell’Est Europa, richiesta che non può oggi essere accolta se non nel senso di ritardare l’ingresso di Ucraina e Georgia nella Nato. Il confronto appare difficile, e forse l’unico punto di accordo si troverà nella disponibilità russa ad inviare più truppe in Afghanistan.

Non è sicuramente un compito facile per gli USA. La Russia sotto Putin è divenuta nazionalista, sciovinista e con alti tassi di corruzione all’interno, dove lavorare, per le aziende straniere, è tutt’altro che facile: un esempio è fornito dalla svedese IKEA che, pur con ottime prospettive di espansione, ha preferito ritirarsi dal mercato russo per via della sua corruzione e dell’inaffidabilità delle procedure amministrative.

La Russia è un paese di fronte ad un calo demografico ineluttabile e con un’economia troppo dipendente dal petrolio e dal gas. La decisione di Putin di rinviare sine die le riforme finirà con l’indebolire il Paese, oggi dominato da un sentimento anti americano: nei libri di testo scolastici, si dice apertamente che la Russia continua a resistere nonostante i tentativi americani di sottometterla.

Dopo il 2003, le relazioni fra i due paesi si sono fatte difficili, ritenendo Putin che ogni mossa americana fosse in funzione anti-russa. Obama ora si reca a Mosca in una situazione in cui un conflitto russo georgiano è ben lungi dall’essere scongiurato: nessuno però in questo momento può permettersi di fare totalmente a meno dell’altro o, peggio, di ritornare, agli schemi della Guerra Fredda.

[Fonti: 01 | 02 | 03]

EUROPA ORIENTALE

Domenica 5 luglio la Bulgaria si reca al voto. Favorito appare il partito per lo sviluppo della Bulgaria, di centrodestra, che ha promesso pene draconiane contro chi si appropria di soldi pubblici e dei fondi comunitari. E’ un Paese che ancora non riesce a liberarsi dalla corruzione, dal malaffare e dagli uomini del vecchio apparato comunista, ancora infilati nei gangli vitali dell’economia e dell’amministrazione.

[Fonte: 01]

EUROPA BALCANICA

In Croazia si è dimesso il Primo Ministro Ivo Sanader, nel mezzo di una crisi economica difficile e di un complicato processo di adesione all’UE, questo forse il motivo del suo gesto dal momento che dell’integrazione nell’euro atlantica aveva fatto il suo cavallo di battaglia. Tuttavia anche la crisi economica ha avuto il suo peso, mancano 2 miliardi di euro, il debito estero ammonta a 40 miliardi di euro e mancano i soldi per stipendi e pensioni.

All’interno del partito di Sanader, l’HDZ, sta risalendo la china la corrente ultranazionalistica; a livello internazionale, a Bruxelles, c’è disappunto per come la Croazia stia procedendo sul terreno delle riforme e la Svezia, che ha attualmente la presidenza, non è favorevole all’allargamento: occorrerà vedere se la nuova Premier, Jadranka Kosor, avrà la forza di realizzare quanto lasciato in sospeso.

In Albania, oltre 3 mln si sono recati a votare per eleggere 156 deputati con 34 partiti divisi in 3 coalizioni ed uno solo, partito democratico guidato da Sali Berisha, che correva da solo.

Non si hanno ancora risultati ufficiali, probabilmente dovrebbe aver vinto ancora Berisha seppur con una coalizione più instabile rispetto alla precedente legislatura.

La Moldova, incastrata fra Romania e Ucraina, è un’area strategicamente importante: il Paese deve tornare alle urne alla fine di luglio, poiché, dopo la vittoria dei comunisti ad aprile, non si è raggiunta la maggioranza per eleggere il Presidente. L’opposizione liberale ha gridato ai brogli ma non ha portato prove concrete, anche se è stato evidente l’uso spropositato dei media a proprio favore da parte dei comunisti, al potere dal 2001. Il Paese risente delle tensioni geopolitiche della sua collocazione: i bulgari del sud vogliono l’autonomia, altri vogliono il ricongiungimento con la Romania ed essere cittadini d’Europa; altri vogliono impostazione più radicata al territorio ed alla lingua moldava, la Romania deve guardarsi con sospetto mentre la Russia con pragmatismo.

Vediamo la situazione in Ucraina. Grazie alla recessione ed alla fornitura a miglior prezzo da altri suppliers, la domanda europea di gas è caduta, non di meno la battaglia fra Russia ed Ucraina in vista dell’inverno è imminente. L’Ucraina necessita di un prestito di 4 mld di dollari per evitare tagli alle forniture di gas. L’UE sostiene che i prezzi concordati con Gazprom includono già il costo del transito dall’Ucraina, e quindi non possono applicarsi ulteriori balzelli. Ma la crisi non è così semplice da scongiurare.

Infine la Turchia. Il colonnello Dogan Cicek è al centro di un’inchiesta per un asserito tentato colpo di stato, ciò che ripropone la tensione sempre latente fra le Forze Armate e l’AKP di Erdogan. La paura dell’elite secolare in Turchia è sempre che l’AKP voglia infiltrare una lenta e strisciante conversione del Paese all’Islam: a nulla valgono i passi in avanti verso le enclavi greco ortodosse o la riuscita nell’ottenere prestiti dal FMI.

[Fonti: 01 | 02 | 03 | 04]

ITALIA

Non potevamo infine tralasciare il nostro Belpaese.

Questa settimana si guarda al vertice del G8 presso L’Aquila. Viene da The Economist contestata l’affermazione di Berlusconi, secondo il quale la crisi ha colpito l’Italia meno di altri paesi.

L’Italia ha un debito pubblico spaventoso, la domanda interna assolutamente debole e le misure di stimolo assolutamente modeste. La spesa previdenziale è di 4 punti percentuali sopra la media europea; la crisi di piccole e medie imprese sta colpendo l’asse portante dell’economia, mentre il deficit sta raggiungendo il 9,3% sul PIL che ha una performance di -5,5% su base annua: gli ordinativi delle imprese su base annue segnano –32% su base annua.

Con quale faccia quindi una persona, che ha negato fino all’ultimo ogni segno di crisi vera, potrebbe presentarsi dinnanzi al Paese parlando di sacrifici e di “lacrime e sangue” per recuperare? Ce lo domandiamo anche noi…

[Fonte: 01]


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