Rassegna stampa internazionale /027

EarthLE ELEZIONI DEGLI ALTRI

Il 27 settembre prossimo si terranno le elezioni in Germania. Si tratta di uno snodo cruciale per l’intera politica europea, soprattutto per i riflessi geopolitici che ne scaturiranno.

I sondaggi accreditano la vittoria della Merkel che ha dimostrato pragmatismo e duttilità nella sua azione di governo, specialmente nel fronteggiare la crisi finanziaria.

Il vero problema è come iniziare una vera riforma del mercato del lavoro,della scuola,del welfare coi suoi costosissimi sussidi se,come probabile,anche in caso di buona affermazione della CDU si dovrà formare una coalizione. Con chi?

Da una parte la SPD, recentemente in declino, che guarda verso Est – Russia in particolare – e che è stata, attraverso l’ex premier Schroder, attiva per favorire l’acquisto della Opel da parte della cordata russo canadese Magna.

Non solo, ci si ricorderà come l’ex cancelliere si fosse premurato di concludere un accordo con Mosca per la fornitura diretta alla Germania di gas, senza il pericolo di subire gli effetti delle tensioni fra Russia, Polonia, Ucraina e Paesi Baltici; fu inoltre l’artefice dell’accordo, in seguito perfezionato, coi russi di Rosatom, per lo sviluppo dell’energia nucleare un tempo gestita con la Francia.

Dall’altra i liberali filoatlantici coi quali, per lo meno in politica estera, l’intesa sarebbe più solida: in materia economica, invece, la Merkel sarebbe molto prudente e poco incline ad azioni in grado di determinare uno scontro con le forze sindacali intaccando la tradizionale Mitbestimmung tedesca.

Tuttavia, la Merkel dovrà, pur con tutte le mediazioni, prendere una decisione poiché la semplice riedizione della Grosse Koalition insieme alla SPD, paralizzerebbe per altri anni ogni ipotesi di riforma col rischio di spostare l’elettorato su posizioni estreme (Die Linke in particolare).

Caso del tutto anomalo la Norvegia. Parliamo di un Paese molto ricco grazie ai giacimenti di petrolio e gas nel Mare del Nord che spingono l’export; la disoccupazione è a livelli bassi (3%) e il welfare in grado di assicurare un sistema di protezione generosissimo.

Perché dunque, in una situazione simile, l’attuale premier Stoltenberg ha problemi? In parte perché il Partito del Progresso – di centro destra ed all’opposizione – vorrebbe che i sussidi a favore dei cittadini aumentassero potendo il Paese permetterseli (…); dall’altra perché, nell’attuale coalizione di centro sinistra, l’ala più a sinistra – ambientalista – intralcia ulteriori perforazioni per cercare petrolio nelle isole Lofoten nell’Artico.

Oltre a ciò, c’è il problema della collocazione geopolitica della Norvegia. Nell’Artico sono evidenti le mire russe: può il paese da solo reggere un confronto simile o deve, seguendo l’esempio islandese, pensare seriamente all’adesione all’UE? E in tal caso, quanto andrebbe a detrimento dei cittadini norvegesi?

A proposito di Russia, stiamo assistendo alle grandi manovre per il ritorno di Putin alla Presidenza del paese nel 2010. Qualcuno, sentendo Medvedev criticare l’assenza di un’economia dinamica ed indipendente da gas e petrolio, ha creduto di intravedere uno scenario in cui l’attuale presidente intralci la strada allo Zar in vista delle prossime presidenziali.

Probabilmente,secondo indiscrezioni e rumours insistenti, il rapporto fra i due non sarebbe più quello di prima ma il ritorno di Putin è dato per scontato. Medvedev ha seguito Putin lungo il crinale di politica estera che ha portato il Paese in guerra con la Georgia; ha promulgato leggi che consentono rapidi dispiegamenti delle truppe russe nell’Ossezia e negli altri territori occupati; la libertà di informazione e di accesso ai media è sempre quella di prima, cioè inesistenti, e gli oppositori seri finiscono come ben sappiamo.

Un momento importante sarà quello delle elezioni in Ucraina nel gennaio 2010: da un punto di vista geopolitico, questo Paese ha un’importanza cruciale dato che ad ovest – la Galizia – si guarda apertamente ad una possibile riunificazione con la Polonia quale tappa per entrare in Europa e poi riacquistare completa indipendenza; a est, la popolazione è russofona e filorussa, munita di doppio passaporto – ucraino e russo – pronta a staccarsi in caso di nuova impasse politico istituzionale. E’ inutile dire come una vittoria delle forze filorusse condizionerebbe ulteriormente, anche per noi, il problema dell’approvvigionamento del gas.

Da ultimo, l’Inghilterra. La situazione economica è sicuramente pesante sia in termini di disoccupazione sia in termini di debito pubblico. Nell’eterno scontro fra Gordon Brown e David Cameron, e più precisamente su cosa tagliare e chi colpire, ci sono due attori da considerare.

In primis le Unions (corrispondenti ai nostri sindacati): nessuna di loro vuole tornare ai livelli di scontro degli anni ’80 (i mitici minatori di Arthur Scargill e le cariche della polizia a cavallo ordinate dalla Thatcher). Gli attuali leader sindacali cercano colloqui coi Tories di Cameron per precostituirsi un background di credibilità nell’ipotesi, molto probabile, che il Labour perda le prossime elezioni.

Dall’altra parte, il terzo incomodo potrebbe essere il partito Liberale che, giocando la carta elettorale del ritiro dall’Afghanistan per affrontare una prima riduzione di spesa, potrebbe guadagnare consensi. Anche qui,la tradizione politica è per il bipartitismo, ma la situazione economico sociale, se mal gestita, potrebbe lasciare spazio a frange estremiste ben più pericolose.

[Fonte: The Economist September 18th-25th 2009’s edition]


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