Rassegna stampa internazionale /029

EarthEUROPA

Dopo il referendum irlandese di approvazione del Trattato di Lisbona, sono in molti gli analisi a domandarsi cosa farà l’Europa da grande: un ruolo da comprimario fra USA e Cina, con Brasile e India pronte a superarla; o un protagonismo politico ed economico su scala globale?

Ci sono ostacoli ed opportunità. Fra i primi ci mettiamo sicuramente il Trattato stesso, oscuro nel linguaggio, complicato nelle procedure, e difficilmente oggetto di identificazione per gli oltre quattrocento milioni di persone abitanti nel continente. Aggiungiamo ancora l’euroscetticismo di marca britannica, che potrebbe, sotto un governo conservatore, portare i cittadini ad esprimersi sul Trattato di Lisbona creando sconquassi maggiori.

D’altro canto, fra le opportunità si dovrebbe inserire uno dei punti apparentemente più contestati, ovvero l’allargamento dell’Unione che sta diventando sempre più fattore di coesione, stabilità e pace di un intero continente. Così pure, per via istituzionale, una Presidenza fissa potrebbe dare impulso a processi di liberalizzazione e riforme di cui l’Unione ha bisogno per recuperare la propria produttività.

Chi dunque potrebbe aspirare alla presidenza dell’UE? Il nome di Blair è circolato con estrema insistenza da parecchie settimane, ma non sembra raccogliere l’entusiasmo della Merkel; molti altri Paesi lo condannano per aver appoggiato senza riserve la guerra di Bush in Iraq, oltreché provenire da un Paese che non si può definire euro–entusiasta.

Altri nomi quelli del finlandese Athisaari, già premio Nobel, del lussemburghese Juncker (non gradito a Londra), di Felipe Gonzales ex premier spagnolo.

Paese che vai elezioni che trovi. Questa volta tocca alla Grecia.

Il Pasok – Partito Socialista Ellenico – ha vinto le elezioni col 44% dei voti aggiudicandosi 160 dei 300 seggi disponibili. Sconfitti i conservatori di Karamanlis e i partiti alle ali estreme che si temeva potessero raccogliere il malcontento giovanile. L’esecutivo vedrà lo stesso Papandreu primo ministro e ministro degli esteri e proporrà temi impegnativi (risoluzione del conflitto turco–greco–cipriota, miglioramento delle relazioni con la Turchia e facilitazione al suo ingresso nell’UE) soprattutto in campo economico (produttività e meritocrazia le parole d’ordine).

Le sfide non mancano: disoccupazione a due cifre, un debito verso il 105% del PIL, ricavi – specie nel turismo – in forte diminuzione con la necessità di garantire finanziamenti statali alle PMI.

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CINA

Siamo di fronte ad una bolla finanziaria in Cina? Non ancora, ma non si sa per quanto.

Per supportare la domanda, il governo cinese ha creato un ‘eccedenza enorme di liquidità cosicché i prestiti sono cresciuti di ben quattro volte l’aumento nominale del PIL. E’ vero che grande liquidità, bassa inflazione e forte crescita sono ingredienti pericolosi, ma ci sono comunque ragioni per non temere: la disponibilità di liquidità non è stata attratta verso forme speculative come in Occidente; il tasso di crescita del mercato immobiliare sull’intero paese è contenuta e le Autorità sono vigili. Il vero problema rimane la moneta, lo yuan: non può rafforzarsi troppo sul dollaro perché questo darebbe il rischio di una bolla all’interno; né essere troppo debole poiché altrimenti comprometterebbe la ripresa americana.

Interessante è l’articolo sulla scuola cinese in cui i libri di testo pare che siano pieni di errori e strafalcioni di cui nessuno sembra in grado di accorgersi, proprio per il conformismo nel quale i ragazzi crescono.

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APPROFONDIMENTI

Tra gli effetti post 11 settembre 2001, c’è stato quello di rendere più penetranti i controlli sui flussi di denaro che 200 milioni di persone, vivendo all’estero, rimandano nella loro patria di origine. Ai fini del terrorismo si è scoperto ben poco, molto di più invece su come questi trasferimenti influiscano nei rispettivi paesi di destinazione.

E gli effetti sono positivi: un esercito di colf, badanti, idraulici, muratori, lavapiatti è in grado di indirizzare denaro per fronteggiare necessità effettive meglio di quanto possano fare le ONG negli stessi paesi. Sono poi strumento di mobilità sociale e di inclusione tanto che alcuni governi stanno pensando di utilizzare le tracce di questi flussi per supportare meglio la domanda all’interno di quei paesi.

Quando pensiamo ai money transfers, per associazione di idee ci vengono in mente quei negozi visibili nelle nostre città prevalentemente frequentati da musulmani. Domanda, quanti sono i musulmani nel mondo? Parliamo di cifre ragguardevoli, di un miliardo e mezzo di persone su una popolazione di quasi sette. Il paese musulmano più popolato è l’Indonesia coi suoi 203 milioni di abitanti, seguito dal Pakistan (147 milioni) e dall’India (108 milioni). Avvicinandoci geograficamente, contrariamente a quanto si pensa, la presenza più cospicua di musulmani non si trova né in Germania né in Francia, bensì in Russia coi suoi 16 milioni di presenze. I reports indicano però come crescente in tutto il continente europeo il sentimento di ostilità verso i musulmani.

I suicidi per problemi correlati al lavoro stanno vertiginosamente aumentando: in Europa, la Francia guida questo triste primato e molti sociologi hanno discettato sulle possibili cause, concordando sul fatto che la mentalità francese è comunque poco incline al rischio ed in un contesto così altamente competitivo e darwiniano il lavoro è percepito come una doverosa protezione piuttosto che come un’opportunità per mettersi alla prova. Senza arrivare a questi estremi, però, l’infelicità al lavoro è in costante aumento.

Studi condotti negli USA dimostrano che l’infelicità maggiore si riscontra nei lavoratori delle industrie automobilistiche, oltreché in quelle telefoniche. E’ davvero tutta colpa della recessione? No. Il fatto è che le società mandano messaggi disorientanti e poco rispettosi del lato umano: da una parte, a parole, vorrebbero che ogni dipendente vivesse il posto di lavoro come una seconda casa; poi alla prima difficoltà o al primo segnale interpretato negativamente procedono a tagli di personale non sempre proporzionati. Come fare? Secondo i ricercatori occorre essere chiari e diretti coi dipendenti facendo presenti reali difficoltà e trattandoli come persone più che come numeri. Sembrano frasi fatte, degne di un sindacalismo datato, ma pare proprio che funzioni…!

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PERSONAGGI

E’ stato troppo prematuro assegnare il Premio Nobel a Obama? Forse sì, poiché maggiori sono le intenzioni e i proclami dei risultati fin qui conseguiti. Ci sono stati discorsi memorabili di apertura verso il mondo islamico (si pensi a quello pronunciato a Il Cairo), verso le sfide climatiche; c’è stata l’enfasi contro l’uso della tortura per il rispetto dei diritti umani; nuove disponibilità al dialogo verso Russia e Iran. Tuttavia, la base di Guantanamo è ancora aperta, l’Afghanistan è sempre un pantano in cui si disputa, al pari dell’Iraq, un tira e molla fra istanze di ritiro e invio di nuovi contingenti. Il problema israelo-palestinese è ben lungi dall’aver fatto passi in avanti.
Nel frattempo infuria la polemica negli Usa, soprattutto nel fronte conservatore.

Si fa cenno infine alle vicende nostrane, in particolare alla sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il lodo Alfano per violazione degli articoli 3 e 138 della Costituzione: è stato sostenuto dalla Consulta che non una legge ordinaria, ma una legge costituzionale avrebbe dovuto legiferare in materia. Il commento del settimanale britannico, che condividiamo, è che comunque i processi vadano a finire – sempre ammesso che non intervengano colpi di mano in materia di prescrizioni – il discredito che Berlusconi lancia contro la magistratura è un vero pericolo per un corretto funzionamento della democrazia.

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