Rassegna stampa internazionale /033

EarthEUROPA – Un numero breve dedicato interamente all’Europa, per offrire spunti di riflessione ai lettori.

Il 9 novembre 1989 cadeva il Muro di Berlino. A distanza di vent’anni, oggi nei paesi dell’Est Europa si verifica, almeno in superficie, una certa omologazione all’Ovest: nessuno più è in coda dinnanzi a grandi magazzini per la spesa quotidiana, la polizia politica non è più onnipresente ed onnipervasiva come in passato. Eppure, i fantasmi del passato non sembrano dileguarsi definitivamente. In parte, ci sono anche aspetti positivi: riemergono tradizioni, canti, riti religiosi figure leggendarie che in ogni paese il comunismo aveva pesantemente conculcato; d’altro canto, la coesistenza fra etnie diverse, vecchie dispute di confine rimangono latenti con la loro carica potenzialmente dirompente. Inoltre, qual è il significato di continuità in quei paesi? Quale sarà lo scontro fra una generazione che, dal 1989, è cresciuta coi miti dell’Ovest ignara del passato; ed un’altra più anziana, proveniente dai vecchi apparati di partito che cerca di riciclarsi e tenta, col ricatto e coi dossier, di difendere le posizioni acquisite?

Eppure solo l’Europa di un libero flusso di capitali, merci, persone e servizi può costituire il riferimento insostituibile per milioni di persone di quest’area: i benefici raggiunti in questi vent’anni sono stati inimmaginabili. Il primo afflusso dall’Ovest è stato motivato dal solo costo del lavoro nettamente più basso che all’Ovest, poi l’adesione all’UE ha fatto il resto, ed un quadro normativo regolamentare certo e prevedibile ha facilitato il trasferimento di management e know how alzando considerevolmente il reddito pro capite.

Questo quadro è stato peraltro pesantemente inficiato dalla crisi finanziaria globale che ha posto gli abitanti dell’Est Europa di fronte ad un crollo del PIL medio del 6,2%, più alte tasse, più elevata disoccupazione. Eppure, grazie alla rete di protezione offerta dall’UE, nessuna moneta è crollata, nessun paese è saltato per default. Certamente, il flusso di capitali a buon mercato provenienti da Ovest non ci sarà più, e sperare che la ripresa – che comunque si preannuncia lenta ed incerta – possa avvenire secondo vecchi modelli , appare vano. Ci sono dunque aree nelle quali l’Est Europa può ancora avere un appeal? Probabilmente sì, a partire dal miglioramento del sistema giudiziario, da una migliore regolazione dei diritti di proprietà, da un ammodernamento della legislazione sociale che sappia coniugare un costo del lavoro sostenibile con una manodopera qualificata.

A questo proposito, dobbiamo comunque sforzarci di osservare i problemi anche nell’Ovest, in primo luogo la disoccupazione. Per anni, è invalsa la semplificazione secondo cui l’Europa aveva un mercato del lavoro assolutamente rigido che alimentava la disoccupazione, mentre gli USA avevano un mercato molto più flessibile che teneva la percentuale dei senza lavoro a livelli molto bassi. Rimandiamo ad una precedente edizione la lettura della qualità dell’occupazione negli USA.
Qui occorre solo evidenziare che, a conti fatti, partendo da presupposti diametralmente opposti, oggi esiste una, pur preoccupante, convergenza verso alte percentuali di disoccupati fra le due sponde dell’Atlantico, con una differenza: che l’Europa sta cercando di incrementare schemi contrattuali che possano facilitare l’accesso al mondo del lavoro, mentre gli USA stanno aumentando i sussidi di disoccupazione per chi è fuori dal mondo del lavoro. In questo momento sembra però che sia il modello europeo a tenere meglio, pur, ripetiamo,in un contesto di crisi globale ancora non superato.

Ci sono sicuramente prospettive di ripresa. Nell’ultimo trimestre, la fiducia dei consumatori e degli ambienti economici in genere è cresciuta; la Germania sta riprendendo il suo flusso di export,ecc. Tuttavia , secondo la Commissione Europea, non bisogna aspettarsi miracoli. Gli investimenti ancora non riprendono, e, soprattutto, sarà determinante come i governi gestiranno la mole di debito pubblico accumulata, che potrebbe sottrarre soldi alle infrastrutture materiali ed immateriali (si pensi, nell’Italia, al tema della banda larga – considerazione di chi scrive).

Qui si arriva ad uno snodo cruciale, di quale leadership deve dotarsi l’Europa?

Il Trattato di Lisbona non unifica i popoli dell’Europa, disegnata in modo burocratico e distante dai reali problemi della gente: la fatica per ottenere l’approvazione per via referendaria del Trattato segna la debolezza di un continente che non riesce ad esprimere una visione politica comune.
Occorre dunque nominare il Presidente dell’Unione ed il Ministro degli Esteri permanente: le indicazioni fornite dalla stampa britannica sono per Blair – a cui si oppone l’asse franco-tedesco adducendo il sostegno alla guerra in Iraq condotta da Bush – mentre per gli Esteri si ritiene un peso massimo Joschka Fischer ex ministro degli esteri tedesco all’epoca del gabinetto Schroder.

Il rischio è che si ripieghi su profili più bassi, per la Presidenza il lussemburghese Juncker e per gli Esteri – udite, udite secondo gli inglesi… – D’Alema peraltro non gradito ad alcuni paesi dell’Est – Polonia in testa – per il suo passato ex PCI.

[Fonti: 01 | 02 | 03 | 04 | 05 | 06]


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