Rassegna stampa internazionale /035

EarthSICUREZZA ALIMENTARE

Fra 2007 e 2008 i prezzi delle derrate alimentari crebbero in maniera impressionante e disordini sociali, dopo qualche secolo, scoppiarono per l’approvvigionamento e la distribuzione del cibo portando addirittura al rovesciamento di due governi (Haiti e Madagascar). Il problema però sussiste ancora, anche se nei media è stato oscurato dalla crisi finanziaria globale, e peggiorerà rapidamente secondo i più qualificati analisti. A livello mondiale, la popolazione che vivrà al di sotto di un dollaro e di due dollari al giorno, salirà rispettivamente nel 2010 rispetto al 2008, di 89 mln e 120 mln di persone. Le proiezioni sono ancora più allarmanti: da oggi al 2050,la popolazione mondiale crescerà di un terzo mentre la domanda di beni alimentari e di carne salirà rispettivamente del 70% e del 100%.

Fino ad oggi, la reazione a livello internazionale è stata quella di adottare la politica degli annunci alternata alla creazione di comitati di alto livello, task force, ecc., che in alcuni casi hanno anche lavorato bene ma che non hanno risolto i problemi al livello nazionale dove effettivamente c’è bisogno: si pensi ai Paesi africani dove ancora non è stata mantenuta la promessa di destinare almeno il 10% del PIL per l’agricoltura e la sicurezza alimentare, sostenendo le aziende agricole e le infrastrutture necessarie a tal fine. In verità solo alcuni Paesi si stanno muovendo con politiche coordinate sia all’interno sia per l’esportazione: l’Uganda ad esempio sostiene i contadini perché mantengano una semina diversificata e assicura loro una vendita a prezzi superiori rispetto a quelli gabellati ufficialmente; il Brasile ha assicurato un credito per l’acquisto di trattori e macchinari agricoli, ecc.

Tuttavia questo solo sembra non bastare. Si stanno diffondendo accordi bilaterali fra paesi produttori ed importatori con gravi ripercussioni sui prezzi (ad es. le Filippine hanno acquistato riso a prezzi superiori in modo abnorme al livello di mercato, altri paesi acquistano terra a prezzi inusitati per coltivare quanto loro serve ed importarne il prodotto, sottraendo ricchezza al paese in questione). Si deve quindi pensare ad un approccio politico diverso dalla sicurezza alimentare all’autosufficienza alimentare, stabilendo quantitativi di riserve obbligatori e introducendo regole che ristabiliscano la fiducia nel commercio internazionale.

Non ultime sul problema alimentare incideranno anche le scelte in materia ambientale. Il prossimo convegno a Copenhagen sembra non portare passi avanti, vittima di quella cattiva abitudine secondo cui non appena si raggiunge un minimo accordo su un punto, si riempie l’agenda di altri temi su cui manca completamente l’intesa, cosicché tutto salta e si deve ricominciare daccapo. Gli USA e la Cina aspettano reciprocamente che sia l’altro a fare un passo avanti e così tutto rimane immobile: l’unica speranza è che possano essere approvate le misure in discussione al Senato americano così da dimostrare che la riduzione delle emissioni sia un problema preso a cuore dall’Amministrazione americana sulla cui scia altre cancellerie ci si augura possano seguire.

[Fonti: 01 | 02 | 03]

ECONOMIA

Ancora i temi economici hanno rilevanza questa settimana. Cominciamo dal debito pubblico americano. Nel prossimo decennio, gli interventi a salvataggio delle banche, delle industrie e la riforma sanitaria, porteranno a raddoppiare il debito pubblico oggi fermo al 41% del PIL. I dubbi su focolai di inflazione e, soprattutto, dove la scure fiscale si abbatterà per raccogliere i fondi necessari a contenere il deficit, potrebbero incidere negativamente su un quadro altamente stabile e rassicurante per ciò che attiene al quadro legale e regolamentare in cui le attività commerciali e produttive possono svilupparsi.

Ci sono comunque alcuni punti fermi di cui tenere conto: l’invecchiamento e la diffusa povertà che colpisce più del 10% della popolazione rendono indifferibili le riforme previdenziali e di assistenza sanitaria. L’innalzamento dell’attività lavorativa potrebbe contenere le spese, altri fondi potrebbero ricavarsi da minor sussidi verso l’agricoltura o in investimenti infrastrutturali di dubbia efficacia.

Esiste una contraddizione di fondo, da una parte razionalmente si comprende la necessità di un maggior intervento federale dall’altra la storia e la tradizione sembrano osteggiare profondamente una tale scelta. Quale allora potrebbe essere la ricetta? Eliminare esenzioni fiscali, introdurre una carbon tax per contenere le emissioni in atmosfera, rivedere l’imposizione fiscale (l’IVA in particolare) e l’attuale base imponibile.

Su tutto dovrà ovviamente prevalere un approccio bipartisan, senza il quale la percezione di approssimazione e di confusione finirebbe col destabilizzare la fiducia nei mercati e negli investitori.

Diversa è la situazione in Europa. I dati dell’ultimo trimestre dimostrano che il PIL nell’area Eurozona è cresciuto di uno +0,4%: tuttavia, il rapporto deficit/PIL di media sarà del 6,9% mentre, senza aggiustamenti, il rapporto debito/PIL sarò destinato a salire fino ad una media dell’88% del PIL. Paesi come l’Italia, secondo le stime della Commissione Europea, dovranno tagliare spese e/o incrementare le entrate ad un ritmo del 2% del PIL ogni anno per i prossimi cinque, non potendo bastare una politica attendista di miglioramento della situazione economica internazionale. Tuttavia, la diversità delle situazioni, a differenza degli USA, incide negativamente su un quadro comunitario di stabilità: per paesi come la Germania il cui intervento dovrà limitarsi ad un 0,5% del PIL, ci sono paesi come la Grecia il cui debito pubblico (135% sul PIL) richiede misure draconiane di intervento incompatibili con la situazione sociale esistente. Un capitolo a parte è la Francia la quale dovrebbe, secondo la Commissione, iniziare il suo “rientro” nei parametri a partire dal 2011: anche qui però la situazione sociale non è delle più facili, e la mentalità interventista francese è difficile da contrastare, a tacere poi del fatto che Sarkozy vuole evitare di presentarsi ad un secondo mandato presidenziale con l’immagine del tagliatore di benefici e sussidi.

[Fonti: 01 | 02 | 03]

SPECIALE TURCHIA

Agli inizi di ottobre, la Turchia, dopo vent’anni, ha rifiutato di condividere esercitazioni militari con Israele definendolo un paese persecutore. La stranezza è che poco tempo dopo il governo di Erdogan avviava colloqui con la Siria, la cui distanza dal rispetto dei più elementari diritti umani è nota, parlando apertamente di esercitazioni militari congiunte.

Non si pensi che queste uscite siano improvvisate: in realtà nella società turca la consapevolezza di vedersi sempre più come appartenenti ad un mondo islamico, sia pure distante dal radicalismo oltranzista di marca wahabita, è cresciuta in questi ultimi anni di ben dieci punti percentuali.

Così pure nella popolazione, l’idea di adesione all’UE è precipitata dall’80%, nel 2002 quando l’AKP prese il potere, a meno del 30% di oggi.

Rimane il problema di verificare se questa linea sia qualcosa di tattico speso dal Governo per dimostrare la pericolosità di uno scivolamento del Paese verso il Medio oriente, ovvero rappresenti qualcosa di ineluttabile che costringerebbe USA e UE a ripensare interamente la propria strategia militare e geopolitica: come può darsi che il secondo esercito della NATO dopo quello americano dia pubblicamente il proprio sostegno ad Hamas? o scavi una frattura sempre più profonda con Israele che è l’alleato strategico dell’Occidente per definizione nell’area?

Chi scrive invita a rileggere le interessanti pagine di Samuel Huntington nel classico “The clash of civilizations” del 1993 che già indicava la Turchia come un paese a rischio proprio per l’impossibilità di coesistenza di due anime, razionalmente occidentale e visceralmente islamica, che avrebbero dilaniato il paese.

[Fonte: 01]


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